Oggi mi sono ritrovato tra le mani un elaborato fatto durante i miei studi universitari, si tratta di una lettera destinata al professore di filisofia del linguaggio, sono passati quattro anni, eppure in quello scritto ritrovo ancora me stessa, ve la propongo.......
Caro professore,
Caro? Ma posso usare la parola “caro”? O dovrei forse dire “illustre”? Oppure “egregio”? Non riesco proprio a trovare la “ forma”, eh si, proprio la Forma, ma cosa cambia se scrivo caro, illustre, egregio? Il professor …X.. è sempre lui, unico, inimitabile, là fuori, è parte del mondo, uguale solo a se stesso e alla rappresentazione che è nella mia testa, ma allora è fuori o è dentro la mia testa? -Sei dentro al paradosso!- direbbe Lei , eh già il paradosso! Viviamo tutti dentro al paradosso e ,spesso, anzi, il più delle volte non ce ne rendiamo conto, vediamo le cose là fuori, il mondo, la natura, ascoltiamo una musica , una canzone, ci piace , catturiamo tutto e lo portiamo dentro la nostra testa, tutto diventa nostro, il mondo è nella mia testa,e quando sono sola nell’intimità dei miei pensieri, tutto ritrovo, è qui, dentro di me, che importa se fuori non c’è più?
-Passo falso!- direbbe ancora lei , ancora un paradosso: la presenza dell’assenza,ma allora perché insisto a far imparare poesie a memoria ai miei alunni di seconda elementare , portano in testa parole vuote , magari non hanno visto un tramonto, i fiori del tiglio,i monti, la neve, magari non riescono nemmeno ad immaginare la grotta (o la stalla?) di Gesù, e forse Gesù lo pensano monello, coi jeans e la maglietta che hanno dentro la testa, magari con la firma che hanno visto in pubblicità, ma io, perché insisto a far ripetere come un registratore parole per loro senza senso? E per giunta il voto:- ottimo, distinto,buono- quanto più ricordano quelle parole “strane”, tanto più il voto è alto! Guai a cambiare una parola, a sostituirla con una che ti appartiene perché ce l’hai in testa, perché l’hai vissuta! Ma sei matto? Vuoi forse sostituirti al poeta? E il bambino mi guarda con lo sguardo preoccupato, poi dice:- scusa, non l’ho ricordata! Non l’hai ricordata? Ma che cosa non hai ricordato, se non sai nemmeno se c’è, se esiste qualcosa là fuori che si chiama in quel modo? Poveri bambini, costretti a parlar di grammatica senza che sappiano cosa sia la parola, costretti a dire , a leggere , a scrivere parole che stanno solo fuori di loro, là in qualche posto nel mondo, vicino o lontano, ma sono fuori e forse per alcuni resteranno sempre là, fuori, buchi neri ove mai sarà possibile far luce. Di esse non resterà alcuna traccia, saranno cancellate dalle parole vissute, toccate con le mani, sentite sulla pelle , ascoltate con le orecchie e col cuore,viste con gli occhi della curiosità, trovate nei perché .
Forse è il caso, caro professore, che alla luce delle sue lezioni io riveda il mio modo di “ fare scuola”, (come si diceva una volta) , e cominci a permettere ai “miei” bambini di vivere le parole, prima di pronunciarle, leggerle o scriverle, e di esprimere ciò che hanno dentro come lo sanno esprimere, con parole proprie , gesti, disegni, musica, forse queste forme saranno la manifestazione autentica del “loro” linguaggio, e forse consentirei loro di “essere” linguaggio, di stare dentro e nel medesimo tempo fuori, di vivere nel paradosso ,di scoprire le domande, di cercare la verità!
La verità, ma cos’è verità? E’ forse un’illusione, qualcuno la chiama realtà, qualcuno dice che è ciò che è, dove sta la verità? Sta dentro di noi o fuori ? Oppure anch’essa sta dentro il paradosso : m’interrogo, cerco, mi sembra di aver trovato una risposta, affermo la “mia” verità ma, attenta, passo falso, essa è quello che è ed insieme è il suo contrario, è una o sono tante verità? E’ la mia verità o la sua o quella di tutti, o tutto è verità? Allora la verità è il paradosso e se la esprimo col linguaggio ed il linguaggio è l’essere, la mia esistenza è un ‘esistenza paradossale e la vita è la ricerca, il tentativo di uscir fuori dal paradosso, di oltrepassare il Limite tra ciò che è e ciò che non è, ma quando mi sembra di essere arrivata lì oltre quel limite ,mi accorgo, o qualcuno mi fa capire ,che sto facendo un passo falso, forse è lei quel qualcuno professore !
Vivi, anzi ti lasci vivere convinta di tante certezze, che poi, certezze non sono, visto che al primo urto con l’altra faccia della medaglia, si sciolgono come neve al sole, si frantumano come cocci battuti e tu ripiombi nell’incertezza, nel dubbio, nell’angoscia di esserti persa e ricominci a interrogarti, a interrogare persone, libri, situazioni, mondo e cerchi là in quel mondo che vedi fuori e ti porti dentro, altre risposte ai tuoi perché e la tua vita va, e tu cerchi di afferrare quanto più puoi da questo mondo, trascinata dalla corrente di quel fiume inarrestabile che è il tempo e che ti porta sempre più in là e la tua ricerca va avanti finché hai forza, finché hai volontà finché non giungerai alla foce e ti disperderai nell’infinito mare del non ritorno.
La devo ringraziare caro professore, è la prima volta che ho la possibilità di dire ciò che medito nell’intimità dei miei pensieri ,o meglio , di dirlo a qualcuno, e sono convinta (passo falso?) che se osassi fare queste riflessioni a voce alta, qualcuno mi riderebbe in faccia , eppure queste mie “idee”, c’erano qui nella mia testa e si affacciavano di tanto in tanto alla coscienza, ma le ricacciavo dentro perché erano in disordine, dei flash, che illuminavano un attimo il mio modo di essere, ma che venivano spenti dall’accavallarsi dei pensieri comuni della quotidianità.
E’ magnifico poter liberare il pensiero dalle briglie della formalità del senso comune, la famiglia, il lavoro, lo studio, gli esami, la tesi, non avrei certo cercato due ore di tempo per stare in silenzio , da sola coi miei pensieri e scrivere tutto ciò che mi viene in mente, così a ruota libera, senza badare alla forma! Quale forma? Non è forse questa lettera la forma del mio pensiero e del mio essere? Perché, spesso, è meglio non dire piuttosto che dire? Perché devi dire ciò che tutti si aspettano che tu dica? E tu per non deluderli, o per vile interesse sorridi e dici si , dirò ciò che ti aspetti che dica, sono brava? Grazie, sono contenta diranno tutti bene di me.
E invece no, non sono contenta per niente, vorrei che mi chiedessero cosa mi passa per la mente ora, in questo momento, senza pensarci su, senza pensare al dopo, vorrei scrivere nella mia tesi di laurea ciò che penso io, e non riassunti di libri che pur se interessanti non sono il mio essere o frasi citate(copiate ) di scrittori lontani di cui conosco solo il nome e l’opera, perché …<<è necessario,per fare una buona tesi, dimostrare di aver letto almeno quaranta o cinquanta libri… sull’influenza della pubblicità televisiva sui bambini>>. Non si ritiene , forse, che avendo scelto l’argomento, avrei anch’io qualcosa da dire di mio , di dare forma al mio essere all’interno del paradosso della mia esistenza?
Non pensa, professore, che a volte le tesi di laurea compilate in questo modo possano paragonarsi a quelle poesie a memoria che scioccamente noi maestre facciamo imparare ai nostri poveri piccoli alunni?
Anche le tesi, dunque, sono sottoposte a quel processo di conformazione a cui tutto oggi è sottoposto. L’apparire, ciò che conta è l’apparire, cosa importa poi dell’essere? Se sai apparire sei bravo, se sei bravo ti pagano, se sei ricco ti stimano, se solamente… sei… non sei visibile e se non sei visibile è come se non esistessi.
Allora via, la corsa ai media: ti vesti come la pubblicità, partecipi al telequiz, partecipi al talk- show, al Grande Fratello, e se non partecipi li guardi per, poi, poterne parlare, di cosa potresti parlare con gli amici se non hai visto questo o quello che ha detto o ha fatto questo o quello? Magari potresti guardare un buon film e poi parlare di quello, ma anche lì chi vince è lo spettacolo, per vendere per guadagnare di più, sempre di più, non avrei mai pensato che si arrivasse a spettacolarizzare la sofferenza di Cristo, per chi è credente per chi non lo è, non penso sia necessario assistere a quindici o venti minuti di flagellazione per capire la sofferenza dell’Uomo Gesù, anche lì l’apparire ha prevalso sull’essere si è oltrepassato il limite, la forma è diventata formalismo, l’arte si è venduta ai media.
Forse, mi sto facendo trascinare nuovamente dai pensieri comuni della quotidianità, ma come fare? E’ così difficile liberarsene per lungo tempo, essi ti acchiappano, il telefono squilla, il temporale, la pioggia, la luce è andata via, per fortuna ho la batteria nel computer, posso scrivere ancora un poco, è tardi sono le 24.00 ,è meglio se vado a dormire!
Buona notte anche a Lei professore!
Spero tanto di non averla seccata con le mie lamentele e so , conoscendola, che non è così, la ringrazio ancora per l’opportunità che mi ha dato e la saluto cordialmente.